domenica 6 marzo 2011

ANGOSCIA, FILOSOFIA E RIVOLUZIONE (VERA)

Scrisse Henri Pradal, medico e tossicologo francese, nel suo libro “Il mercato dell’angoscia” nel 1977, oramai introvabile, almeno in lingua italiana:

“Se tutti coloro che partecipano alla marcia trionfante della civiltà industriale si trovassero, dall’oggi al domani, liberati dall’angoscia che li spinge ad agitarsi e a combattere, a scordarsi di vivere per guadagnarsi la vita o acquistarsi un po’ più di potere, è molto probabile che si assisterebbe a un fenomeno assai simile a quello che abbiamo preso per esempio, la differenza consistendo soprattutto nella generalizzazione delle conseguenze di questa rottura delle regole del gioco. Non si tratterebbe più di un semplice fallimento bancario, bensì della disintegrazione del nostro sistema socioeconomico”.

Scrisse il filosofo, anche lui francese, Pierre Hadot nel suo “Esercizi spirituali e filosofia antica”:

“In primo luogo la filosofia si presentava come una terapia destinata a guarire l’angoscia”.

Nell'incontro previsto martedì 8 marzo, alle ore 17,30, presso la LIBRERIA MARTELLI, via Martelli, 22r - Firenze, affronteremo l'argomento parlando del filosofo greco GIORGIO GEMISTO PLETONE.




venerdì 4 febbraio 2011

TESTI DI C.....

Nel suo romanzo 1984” George Orwell descrisse, già nel lontano 1948, una società oppressa da una spietata dittatura mediatico-tecnologica.

E’ noto il successo ottenuto dall’espressione “Grande fratello”, creata da Orwell per indicare il baffuto ed enigmatico despota del romanzo.

Ma quante altre, “profezie” orweliane, quali sue altre “visioni” si sono avverate?

Vediamo.

E’ meno noto che un’altra espressione, sempre coniata da Orwell, fu utilizzata, in ambito sanitario, dallo psichiatra David Cooper.

Il termine in questione è “psicopoliziotti”.

“Psicoreato”, in 1984, indica il pensare in maniera difforme da quella “suggerita” dal sistema. Gli “psicopoliziotti” svolgerebbero, quindi, il compito di individuare e reprimere questo tipo di reato. David Cooper, insieme a Ronald Laing, esponente della cosiddetta “antipsichiatria”, accusò (come segnala Vittorino Andreoli nel suo “Un secolo di follia”) i colleghi della psichiatria “ortodossa” di svolgere una attività di psicopolizia, al servizio del sistema capitalistico.

Leggendo, ci imbattiamo, poi, in una, inquietante, lista degli, apparentemente innocui, strumenti che il regime utilizza per instupidire la popolazione: “giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali”.

Per non parlare della, dettagliata, spiegazione di come l’impoverimento della lingua venga utilizzato per “restringere al massimo la sfera di azione del pensiero”: alla fine lo psicoreato sarà praticamente impossibile.

Vorremmo, per concludere, soffermarci, brevemente, sulla questione dei testi delle “canzonette sentimentali” di cui sopra.

Ci permettiamo di suggerire, a titolo di esempio, di porre attenzione a come, nelle canzoni, venga descritto ed esaltato il "vero" amore (“senza te morirei, senza te scoppierei”, “io senza te non vivo più”, e via dicendo), una descrizione che fa pensare ad una forma grave di disturbo ossessivo-compulsivo, più che ad un rapporto umano sano. (Vedi “IL CERVELLO BLOCCATO” di Jeffrey Schwartz”).

Analoghe considerazioni potrebbero essere fatte su molti dei concetti e delle convinzioni che vanno a formare la mitologia (cultura?) che sta a fondamento della società.

Una mitologia inculcata a suon di gorgheggi e melodie strappalacrime; suggestioni letterarie e cinematografiche.

martedì 1 febbraio 2011

I PENSIERI E LA REALTA'

Quello che pensiamo e diciamo, le nostre conversazioni, i nostri sentimenti ed emozioni, “passano” senza lasciare tracce o, in qualche modo e, a nostra insaputa, contribuiscono a creare la realtà e le situazioni che ci troviamo ad affrontare? I, relativamente, recenti sviluppi della fisica quantistica indicano che la risposta a questa domanda è assolutamente affermativa e sappiamo anche che molte tradizioni sapienziali del passato erano a conoscenza del "fenomeno".

Di seguito due brani. Il primo tratto da “Storia delle filosofia” di Giovanni Reale e Dario Antiseri, il secondo da “Il cervello quantico” di Jeffrey Satinover.

(Secondo Platone vi è una) perfetta corrispondenza fra l'anima e i costumi dell'uomo e le istituzioni statali: i governi e le costituzioni 'non provengono da una quercia o da una rupe', ma 'dai costumi morali che vi sono negli Stati'.

Una intelligenza globale (qualcosa che riguardi l’intero pianeta) scaturisce dal basso verso l’alto, prendendo cioè spunto da interazioni meramente locali. E’ un po’ come dire che la vera intelligenza, quella che guida l’economia americana, non è nelle mani (o nelle teste) dei politicanti di Washington, ma è invece sparpagliata nelle conversazioni notturne dei camionisti che si incontrano agli autogrill, nelle domande dei clienti ai negozianti e nelle loro pronte risposte, nelle chiacchierate amichevoli dei vicini che discutono di affitti e mutui.

sabato 1 gennaio 2011

LINGUAGGIO VUOTO

Segnaliamo questo interessante testo che affronta un problema sottovalutato: il progressivo trasformarsi del significato delle parole che porta a smarrire il senso che, le stesse, possedevano in origine. Ciò va ad aggravare il fatto che, già di per sè, la nostra lingua, se paragonata, ad esempio, al greco antico, non possiede una varietà di termini che possa rendere, con efficacia, la gamma di sensazioni, sentimenti, intuizioni, idee di cui facciamo esperienza, col risultato che c’è molto che rimane, dolorosamente, inespresso e va perduto.

Nel libro viene citata la ricerca fatta negli anni cinquanta da Bob Levy, antropologo e psicoterapeuta, sulla popolazione di Tahiti dove si registrava un altissimo tasso di suicidi. Risultò che i tahitiani non avevano il concetto di dolore al di fuori di quello fisico. Lo provavano. Lo conoscevano. Ma non avevano un concetto o un nome per identificarlo. Non lo consideravano un'emozione normale. Levy definì questo deficit "ipocognizione”.

Un aneddoto riguardante Confucio: “Un giorno un discepolo chiese a Confucio: “ Se un re vi affidasse un territorio da governare, secondo le vostre idee, che fareste per prima cosa?”. Confucio rispose: “Il mio primo dovere sarebbe, certamente, quello di rettificare i nomi.”. Udendo questo il discepolo rimase perplesso: “Rettificare i nomi? E sarebbe questa la vostra priorità? E’ uno scherzo?”. Confucio dovette spiegare: “Se i nomi non sono corretti, se non corrispondono alla realtà, il linguaggio è privo di oggetto. Se il linguaggio è privo di oggetto agire diventa impossibile e quindi tutte le faccende umane vanno a rotoli e gestirle diventa impossibile e senza senso. Per questo il primo compito di un vero uomo di stato diventa rettificare i nomi”.

Concludiamo ricordando come nel suo romanzo “1984”, Orwell immagini che, ad ogni nuova edizione del dizionario della “neolingua” di Oceania, vengano eliminare delle parole col preciso scopo di rendere impossibili pensieri e parole dissenzienti.

mercoledì 29 dicembre 2010

C'E' CULTURA E Q..ULTURA

E' forse giunto il momento di ridefinire il concetto di CULTURA?
Noi pensiamo di sì ed abbiamo, allo scopo, coniato un termine, "Q..ULTURA", per indicare la necessità, e l'urgenza, di una transizione da una cultura legata alla tradizione ad una attivamente orientata al futuro.
Gli attuali modelli culturali, (principalmente ispirati all'individualismo, alla competitività, alla produzione, al profitto), lungi dall'aver consentito un miglioramento stabile e generalizzato della condizione degli abitanti del pianeta, hanno, al contrario, contribuito all'aggravamento delle crisi esistenti e creato, non di rado, nuovi e più gravi problemi.
E ciò non tanto in conseguenza di errori di valutazione, scelte scorrette o incapacità individuali, ma per il fatto che tali modelli risultano viziati da equivoci di fondo, che le scienze di frontiera (fisica quantistica, neuroscienze, biologia) stanno evidenziando con le loro più recenti scoperte.
Scoperte attuali che, molto spesso, risultano già note in antiche tradizioni sapienziali, troppo frettolosamente liquidate per effetto di una cultura che tende a confondere gli sviluppi della tecnologia col progresso.
Q..ULTURA quindi, come attenzione a quel passato che è riuscito a produrre saperi ed opere di estrema raffinatezza e ad un futuro, sempre più prossimo, in cui saremo costretti a disfarci di molte delle nostre più radicate convinzioni su noi stessi, il mondo e l'universo.